Non so se esista un recinto per la felicità. Se mai dovesse esistere, siamo bambini fermi al cancello in attesa che qualcuno lo apra e ci faccia entrare.
Non so neppure se ieri quel cancello abbia fatto uno scricchiolo e noi potremmo cominciare a sbirciare.
Non so neanche se il Catanzaro salirà in serie A. Di certo, lo meriterebbe perché ha espresso un calcio più bello, ragionato e spensierato al tempo stesso. E se con un termine dovessi riassumere il Catanzaro di quest,anno direi senz’altro leggerezza che, come ci ricordava Calvino, non è superficialità ma planare sulle cose dall’alto.
E dall’alto ieri sera sono stati in tanti a guardarci. A guardare noi che siamo tornati ad essere bambini.
I pantaloni corti, un buondì, la scrima tra i capelli.
I nostri figli, magari, al nostro fianco a raccogliere la fiaccola. E una mano stretta stringere la nostra ma così stretta da far male il cuore.
La mano di chi, in quel pezzo di storia strana che furono gli anni ‘70, ci insegnò a non rispondere alla maestra, a obbedire alla mamma, a non deludere gli amici, a giocare controvento
È a loro, solo a loro, ai nostri padri che da ieri sera dobbiamo pensare ancora più forte. Per averci insegnato come si fa ad amare e a rimanere bambini per sempre, con una sciarpa tesa che si fa ponte fra il cuore e il cielo.