Lo so, quello che abbiamo alle spalle e che ancora non vuole andar via, ha un valore relativo. Assai relativo. Quasi ridicolo.
La mancata – ma che sarebbe stata meritatissima – promozione in serie A del Catanzaro non è una cosa seria al cospetto delle tante tragedie che inghiottono persone e speranze. Spicchi di vita e di futuro.
La rabbia e il dolore, se così si può chiamare, di tutti i tifosi vanno comunque rispettati. Celano, infatti, quella voglia di riappropriarsi della propria identità umana da cui spesso si è stati costretti ad allontanarsi.
Sono un modo per sentirsi vivi e, soprattutto, per fare leva su tutte le capacità di riscatto e di ribellione.
Il Catanzaro, nel corso della sua storia, è sempre stata una squadra di sostanza e di provincia. Pochi lustrini e molto sudore. Poche immagini e molto cuore.
Può bastare contro avversari che possono contare su risorse finanziarie spropositate e moralmente sproporzionate per uno sport?
Il calcio, purtroppo, è cambiato. Si fa sugli highlights e non tra la polvere e l’olio canforato.
Purtroppo, come per ogni evento, si gioisce e ci addolora più per i social che non per se stessi e per gli altri.
E allora?
E allora prendiamo, anche questa volta, sulla nostra groppa il peso della delusione, di una delusione che, questa volta, però, non ha scalfito anzi ha cristallizzato irreversibilmente un’immagine straordinaria.
L’immagine di una leggerezza e di una serenità senza eguali che è stata alla base di prestazioni eccellenti.
L’immagine di una società seria e solida, altamente professionale e decisamente rassicurante.
L’immagine di una tifoseria senza confini, che non piange, non abbandona, non abdica e canta. Nella gioia e nel dolore.
Siamo nell’alveo regale della serie B che, come città, ci sta anche bene. Anzi, benissimo.
Perché Catanzaro è da anni in un’irreversibile retrocessione sociale e, se vogliamo, anche umana.
Di questa delusione facciamo, allora, tesoro.
Per una città che arranca e che proprio dal calcio ha sempre tratto linfa vitale e forza propulsiva.
E allora?
E, allora, abbiamo tutti, ognuno a suo modo, un dovere nei confronti di questi ragazzini affranti che speriamo domani, possano raccontare della loro regina del Sud.
La loro regina che, a Monza, non ha incontrato la monaca e non è caduta da cavallo.
E che, invece, ha fatto vedere a tutta Italia come si gioca a calcio, come non si dileggiano i denari.
E come, invece, si custodiscono anche con l’umore delle lacrime i sogni di cristallo dei suoi figli.