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Il salice piangente e la legge del Ceravolo

Niente di nuovo sotto il sole, per dirla con un bellissimo libro dell’Antico testamento, quello di Qohelet,  o come nell’eterno ritorno dell’identico immaginato da Nietzsche o, se preferite, come nell’ennesimo giorno della Marmotta: siamo nuovamente costretti ad assistere a una scena già vista, quella di un Catanzaro obbligato a ripartire da zero, abbandonato per l’ennesima volta ‒ la terza consecutiva ‒ dall’allenatore di cui ha fatto le fortune. Intendiamoci, nessuno può vivere tanto fuori dal mondo da non rendersi conto che oggi, soprattutto nel calcio, le cose funzionano così: a dettare legge sono soldi, carriera, interessi di vario genere tra procuratori, sponsor, holding finanziarie ecc. Sapevamo tutti, quindi, e non da oggi, che Alberto Aquilani, nonostante il contratto che lo legava al Catanzaro ancora per un anno, avrebbe lasciato i tre colli dopo una stagione a dir poco straordinaria. Non è dunque la sorpresa a muovere la penna questa volta. No, questa volta il motivo è lo stesso che spingeva a scrivere un celebre poeta latino, Giovenale, il quale ‒ davanti allo spettacolo indecente di una Roma corrotta e degradata, rigurgitante di nani e ballerine, gente che si vende al miglior offerente per denaro o per fare carriera, gente che calpesta la storia, la memoria e i valori della migliore e più nobile tradizione etico-sociale romana ‒ gridava la sua rabbia affermando che di fronte a tutto questo non si può non scrivere: è un’indignazione insopprimibile e furiosa che spinge a prendere la parola.

Si potrebbe iniziare dal contratto biennale che prevedeva (o, forse meglio, imponeva) un secondo anno in giallorosso per Aquilani, ma anche in questo caso non vogliamo fare la figura degli ingenui, visto che sappiamo bene come persino vecchi adagi quali “carta canta” o verba volant, scripta manent ecc., che cristallizzano da sempre la saggezza, il buon senso e le certezze umane, sono ormai grottesche caricature di un mondo barbaramente divenuto pura e semplice giungla. A questo proposito ci limitiamo a domandare che senso abbia ostinarsi a firmare ancora dei contratti con una solennità degna delle Tavole della Legge di biblica memoria. Sono solo parole scritte sull’acqua e servono evidentemente a garantire i diritti di una parte a discapito di quelli dell’altra.

No, non è di questo che ci preme parlare. Se ieri abbiamo celebrato Aquilani e lo abbiamo ringraziato (e continuiamo a farlo) per il grande contributo dato alla storia del Catanzaro, oggi con la stessa schiettezza vogliamo dirgli che avrebbe almeno potuto risparmiarci le lacrime sotto la curva o le parole al miele dopo la finale di Monza. No, caro mister, questo non possiamo permetterlo: sei liberissimo di fare i tuoi interessi, nessuno lo nega e probabilmente molti altri avrebbero fatto (anzi, hanno già fatto…) come te, ma non puoi prenderci in giro, non puoi usare la retorica dei sentimenti come cortina fumogena per nascondere la verità. Tutti abbiamo ancora negli occhi l’immagine di quel bimbo in lacrime che tu, piangendo a tua volta, hai provato a consolare; tutti abbiamo ancora nelle orecchie le splendide parole che hai detto su Catanzaro, sui giocatori, sui tifosi e sulla società. Ecco, tutto questo avresti potuto e dovuto risparmiarcelo: perché quelle parole e quelle lacrime avrebbero avuto un senso solo di fronte a una decisione conseguente, l’unica eticamente limpida: rimanere a Catanzaro onorando l’impegno non semplicemente contrattuale ma morale che ti sei assunto in quel momento così toccante e memorabile per tutti. Le tue lacrime ci hanno illuso e oggi ti parliamo da sedotti e abbandonati. Non meritavamo un comportamento del genere, non dopo che grazie a Catanzaro il mondo si è accorto di te. Ecco, questo è il punto, caro mister: possibile che i precedenti di Vivarini e Caserta non ti abbiano insegnato niente? Pensi sia un caso che a Catanzaro allenatori che in sostanza prima non avevano fatto nulla di paragonabile qui esplodano in modo eccezionale? Pensi sia un caso che quegli stessi allenatori, dopo aver lasciato come ladri nella notte la casa che li ha nutriti, cresciuti e resi celebri, precipitano senza combinare nulla di buono? No, noi crediamo che tre indizi facciano una prova: non ti sopravvalutare, non bastano le qualità di un singolo per certe imprese epiche, serve innanzitutto un contesto, una società sana e lungimirante, una dirigenza illuminata, una piazza appassionata e paziente. Senza tutto questo nessuno va da nessuna parte. E infatti mentre il Catanzaro, anno dopo anno, con tre allenatori diversi e ricominciando sempre da capo, ha ottenuto risultati ogni volta migliori, lo stesso non si può dire di chi se ne è andato…

Significa che il vero autentico valore di questa squadra è la sua società e la sua proprietà: noi ricominceremo da questa granitica certezza, sapendo che la famiglia Noto e i suoi dirigenti hanno già saputo come affrontare situazioni analoghe. A te naturalmente auguriamo, come si dice, le migliori fortune professionali e, nel salutarti, rinnoviamo la nostra riconoscenza per quello che hai fatto, tuttavia non possiamo oggi non ricordare a te e a tutti gli altri ingrati salici piangenti che volessero ancora passare di qui quella che ha ormai assunto la regolarità di una legge della fisica, cioè la legge del Ceravolo, che potremmo formulare più o meno così: dato un allenatore divenuto grande a Catanzaro, la gloria giallorossa del successore è direttamente proporzionale all’oblio che attende altrove il predecessore.

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